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Ritorno ai tempi del coronavirus

ritorno ai tempi del coronavirus

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Negli ultimi trent’anni la mia vita è stata una serie di partenze e arrivi, di lasciare e ritrovare, di ritorni da una parte all’altra del mondo, con sapori diversi ma sempre ricchi di emozioni e aspettative.

Ogni ritorno porta con se gioia e nostalgia e la sensazione di lasciarsi alle spalle qualcosa di importante per raggiungere qualcosa di altrettanto speciale.

Negli anni ho cominciato a dare per scontate le emozioni legate ai ritorni e a fare il viaggio quasi in pilota automatico, senza guardarmi troppo intorno, compiendo semplicemente una serie di azioni che conosco a memoria.

E poi è arrivato il virus e, con un colpo netto, a fatto crollare tutte le mie certezze, lasciandomi spaesata di fronte ad una tela bianca, senza quei punti fermi a cui sono solita aggrapparmi e incerta su come affrontare questo insolito ritorno.

Arrivate all’aeroporto, alla domanda: “Dove andate” ho risposto meccanicamente “Melbourne“, il primo segnale che dovevo immediatamente disinserire il pilota automatico ed essere presente ed in controllo.

Questo ritorno non sarebbe stato come gli altri.

Ma non è solo la destinazione che questa volta è diversa, non sono solo gli aeroporti deserti e i voli vuoti che mi ricordano che il cambiamento è inevitabile. C’è un bagaglio di emozioni nuove, una paura insolita che mi impedisce di abbandonarmi alla gioia del ritorno, l’incertezza di tornare in un paese che non sento più mio e il disagio della distanza che pensavo di avere accettato e accolto.

L’arrivo a Sydney è surreale e, mentre veniamo scortate a prendere i bagagli, mi sento un po’ criminale un po’ untore. 

Alle spalle ho lasciato un’Europa che soffre ma a cui sento sempre di più di appartenere e arrivo in un’Australia che ha paura di accogliermi e mi giudica colpevole prima ancora di darmi l’opportunità di provare la mia innocenza.

Ovviamente queste sono emozioni intense, esacerbate dalla stanchezza del viaggio e dall’incertezza degli ultimi giorni, ma il disagio che provo ad attraversare l’aeroporto di Sydney sotto scorta è reale.

Gli attacchi di panico di cui ho sofferto in passato mi vengono in aiuto. Una lettera del mio dottore afferma che, a causa della mia ansia, ho bisogno di aprire le finestre e veniamo trasportate a quella che sarà la nostra dimora per due settimane, con tanto di balconicino e aria fresca illimitata 🙂

Così comincia questo strano periodo di reclusione per il bene comune e concentrarmi su questo aspetto mi aiuta a non lasciarmi sopraffare dalla rabbia per la disorganizzazione e l’incoerenza con le quali è gestito questo programma.

Sono consapevole delle conseguenze tragiche che il Covid19 ha causato e continua a causare nel mondo e arrivare in un paese in cui i numeri di contagi sono quasi inesistenti dovrebbe rassicurarmi. In realtà non riesco a sentirmi sicura in un paese che chiude le porte ai sui cittadini nel momento del bisogno e che rifiuta di guardare oltre ai numeri.

Mancano pochi giorni, presto uscirò da quella porta e mi ritroverò in un mondo che non riconosco, con valori che non mi appartengono ma che dovrò imparare ad accettare, nonostante i suoi difetti.

 

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