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Sharing is caring!

Relazionarsi con la gente del posto non è sempre facile, nei primi anni vissuti a Melbourne mi sono sentita spesso sola.

 

Con l’arrivo della mia prima figlia la situazione è cambiata.

 

A poche settimane dalla sua nascita sono stata invitata dall’infermiera pediatrica del consultorio a partecipare ad un gruppo di neo mamme che si sarebbero incontrate settimanalmente. Il gruppo offriva l’opportunità di sostenersi a vicenda ed entrare a far parte della comunità locale che fino a quel momento conoscevo poco.

Dopo il primo incontro avevo due amiche; due donne che mi hanno accompagnato nel meraviglioso e a volte difficile percorso di mamma e che, con le loro figlie, sono diventate le nostre compagne di gioco e di avventura in quei primi anni.

Una delle cose che amo della vita a Melbourne è l’importanza della comunità e diventare mamma mi ha immediatamente catapultato in questo fantastico mondo. Passeggiando per strada con la mia carrozzella mi sembrava di vivere in un paesino, saluti e sorrisi, caffè e chiacchiere, ma soprattutto qualcuno su cui contare in caso di bisogno. Una persona amica a cui confidare i dubbi e le preoccupazioni di quel delicato periodo della mia vita, qualcuno su cui contare in caso di un’emergenza. 

Al contrario dell’Italia dove si tende a contare sulla famiglia d’origine, a Melbourne non sono molti ad avere questo lusso. Spesso le famiglie vivono lontano e non sono una presenza costante e regolare, di conseguenza è indispensabile creare una rete attraverso la scuola o organizzazioni varie, come per esempio i club sportivi.

La mia rete di supporto ha continuato a crescere durante gli anni dell’asilo e della scuola. Nei momenti difficili c’era sempre qualcuno pronto a sostenermi, nella maniera molto pratica ed efficiente tipica degli australiani.

In caso di malattia o di altri problemi la rete si mette in moto, ci saranno pasti consegnati a domicilio, passaggi organizzati per la scuola o le varie partite dei ragazzi, mazzi di fiori che fanno sempre piacere e una serie di messaggi di supporto che aiutano a sentirsi meno soli.

Negli ultimi anni però mi sono accorta di volere di più.

Tutto è cominciato con un senso di irritazione profonda alla domanda di rito: “How are you?“.

“Come stai?”

Una semplice domanda che può aprire tante porte, una storia, un dolore, una gioia ma che per gli australiani non vuol dire assolutamente niente. L’unica risposta accettabile è: “Good!”

“Bene!”

Sempre e comunque.

Una domanda che per me ha perso ogni significato, visto che mi viene chiesta ad ogni contatto, sia dalla cassiera al supermercato che da una vecchia amica, in automatico ma senza il reale desiderio di ascoltare e di sapere.

Perché parlare di cose personali, approfondire, andare a fondo a come stiamo davvero rimane un tabù, un luogo dove in pochi vogliono andare.

Da quando sono tornata ho passato molto tempo a riflettere sul modo che australiani ed italiani hanno di relazionarsi.

Gli italiani sono più individualisti, gli australiani più solidali. Gli italiani sono più profondi, gli australiani più superficiali. Gli italiani sono più passionali, gli australiani più pratici.

Trovo che sia difficile scrivere di differenze culturali senza alimentare pregiudizi triti e ritriti.

Nel mio caso mi sono resa conto che, benché il modo di relazionarsi sia diverso, conta anche molto il momento che sto attraversando. Quando le mie figlie erano piccole avevo bisogno di confrontarmi con altri genitori, parlare di successi e fallimenti, dell’ultima partita di pallacanestro e l’esame di violino, della gita scolastica e il primo fidanzato. Ero troppo presa dalla mia vita di mamma per avere il tempo e la voglia di approfondire. Ero interessata principalmente ai fatti e di conseguenza non mi rendevo conto di volere di più.

Negli ultimi anni sono stata colta da una sensazione di vuoto, da un bisogno di conoscere e farmi conoscere, chi sono e cosa voglio veramente, di sapere di più delle persone con cui ho condiviso la mia vita australiana. Ed è così che ho realizzato che andare a fondo non è facile.

Ma non è impossibile!

Ho deciso di cominciare con l’essere me stessa: individualista, profonda e passionale!

Invece di incontri di gruppo, darò spazio a cenette intime durante le quali parlerò della mia infanzia e di come sono diventata quella che sono, il tutto corredato da un continuo gesticolare, qualche risata sfrenata e una buona dose di lacrime!

Amici australiani, si salvi chi può 🙂

 

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