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Osservazioni di un’emigrata quarantenata in patria

osservazioni di un'emigrata

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È da parecchio che vorrei buttar giù qualche osservazione su questa mia esperienza di emigrata quarantenata in patria. Preciso che si tratta di un post leggero, da prendere poco seriamente e nel quale potranno trasparire luoghi comuni, da una parte e l’altra del mondo. Non me ne vogliate, ho bisogno di leggerezza!

Vivo questa crisi globale dalla mia bolla Vallecrosina, nella casa in cui sono cresciuta, in compagnia dei miei genitori che, pur avendo un’età, sono fortunatamente in piena forma.

La mia vita è, ormai da quasi 30 anni, divisa tra due paesi, Italia e Australia e, come ogni emigrato o expat ben sa, non è sempre facile trovare un equilibrio. Impariamo a navigare attraverso una tempesta di differenze culturali, politiche e sociali, a gestire dinamiche radicate nel tempo, a imparare a lasciare andare senza dimenticare. Questo rende le nostre giornate piene e stimolanti ma, a volte, causa una certa stanchezza emotiva e, perché no, anche fisica!

In questa occasione mi trovo a vivere questa crisi all’italiana, anche se il mio bagaglio australiano fa capolino e, in molti casi, mi è di grande aiuto.

Nelle mie chiacchierate giornaliere con il mio marito australiano ricevo quella visione del “tutto va bene” o “very nice” che spesso mi ha fatto partire in quarta ma che ora ha su di me un effetto rassicurante. Con gli amici italiani a Melbourne invece, assorbo la mia dose di dramma e lamentele nostrane, perché “il tutto va bene” a noi non piace e, anzi, ci da anche un po’ fastidio!

Dalla mia bolla Vallecrosina osservo la diffidenza dei miei concittadini verso il governo e verso il prossimo, ma anche del governo verso i cittadini. Nessuno si fida di nessuno ed è tutto un allegro darsi contro. Al contrario dell’Australia qui abbiamo mille regole da rispettare ma guardandomi intorno ne osservo la libera interpretazione. Il “buon senso” e rispetto civico non vengono presi in grande considerazione e anche la solidarietà, che è una nostra caratteristica, sembra averci momentaneamente abbandonato.

Da oggi la Liguria ha allentato un po’ la stretta e, tra le altre cose, sono permesse le passeggiate nel comune di residenza. “Passeggiata” è diventata una parola tra il sacro e il diabolico. Per chi come me attendeva questo momento, poter uscire con il semplice obbiettivo di guardare il mondo e sgranchirmi le gambe è quasi un esercizio spirituale. Osservo il mare che luccica e sorrido alla gente per strada. Ma i sorrisi sono sempre pochi e dietro alle mascherine noto sguardi di paura e diffidenza più che di condivisione. Ci sono poi quelli che disapprovano e si scatenano sui social ritenendo questa permissività eccessiva. L’altra faccia del passeggiare, che fa partire una nuova caccia all’untore.

Non sono contraria all’idea della mascherina e capisco il bisogno di proteggerci proteggendo gli altri. Quello che non mi è chiaro è la necessità che molti hanno di indossare mascherina e spesso guanti di plastica anche se non sono in vicinanza di un altro essere umano. Per la strada deserta, per esempio, o in macchina.

Nella mia passeggiata oggi ho visto un signore da solo in macchina con la mascherina ma…senza cintura. Per non parlare dei tanti che hanno la mascherina spostata per poter fumare. Il Covid19 non li avrà, ma non vogliono che i polmoni si rilassino troppo.

Un’amica di mia mamma si lamentava di dover togliere gli occhiali (da vista) per guidare perché la mascherina glieli appanna. Giuro che non è uno scherzo 🙂

Insomma, ognuno sceglie secondo i suoi valori il male minore! 

Nonostante tutto ciò, questa italianità oltre a frustrarmi mi rassicura, perché anche dopo tutti gli anni passati dall’altra parte del mondo, ci riconosco qualcosa di famigliare, di mio.

Essere un’emigrata quarantenata in patria mi permette di vivere questa crisi con la mia gente, mantenendo però un sano distacco, un’opportunità davvero speciale che non do per scontata,

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