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Il counsellor, questo sconosciuto

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La mia scelta di lavorare soprattutto con clienti italiani, in italiano, è stata fatta con il cuore.

I primi anni in Australia non sono stati facili e mi sono spesso chiesta se l’opportunità di parlare con un professionista nella mia lingua madre avrebbe potuto facilitarmi il cammino.

Da qui la mia decisione di creare un servizio a cui gli espatriati italiani in difficoltà potessero rivolgersi.

Un luogo in cui sentirsi capiti a fondo, non solo dal punto di vista linguistico, ma anche da quello sociale e culturale.

Un angolo in cui essere se stessi, in ogni modo, perché esprimersi nella propria lingua rimane per me uno dei modi più naturali per raccontare la mia storia.

Quello che non avevo tenuto in considerazione è che la professione del counsellor è veramente poco conosciuta in Italia ed inoltre non è regolamentata dalla legge italiana. Questo permette a chiunque di appiopparsi la qualifica di “counsellor” e di conseguenza capisco la diffidenza che è venuta a crearsi.

In Italia alla regolare domanda: “Cosa fai?” la mia risposta: “Sono counsellor” è sempre seguita da uno sguardo che va dal confuso allo scettico e che mi spinge a lanciarmi in una frenetica spiegazione, durante la quale spesso mi ritrovo confusa quanto il mio interlocutore. 

Il counsellor non ha pazienti, ma clienti; non cura, ma guida; non si vede come un esperto, ma incoraggia il cliente a prendere responsabilità per le sue scelte.

Un concetto diverso ed effettivamente un po’ difficile da comprendere.

Siamo abituati ad andare da qualcuno che possa risolvere i nostri problemi, un professionista che sia in controllo e possa dirci esattamente cosa fare. Il counsellor non risolve, anzi, spesso dopo una sessione ci ritroviamo con domande che non ci eravamo mai posti prima, alle quali non troviamo inizialmente una risposta.

Ma sono proprio queste domande inaspettate che ci aiutano a sviluppare una nuova consapevolezza, a conoscerci meglio e cominciare a capire cos’è davvero importante.

I miei clienti hanno innanzi tutto bisogno di essere ascoltati e di fare chiarezza su alcuni aspetti della loro vita che non li soddisfa.

Sono persone comuni che ad un certo punto si rendono conto di volere di più

Nella vita quotidiana non capita spesso di avere un’ora tutta per noi durante la quale esplorare a fondo cosa vogliamo veramente. Le mille attività giornaliere fanno si che i nostri bisogni vengano spesso lasciati da parte, accantonati in un angolo, inascoltati. Così facendo dimentichiamo cos’è importante, quali sono i nostri valori e ci allontaniamo dalla vita che vorremmo. 

Durante una sessione di counselling abbiamo la possibilità di fermarci un attimo e cercare di capire quale direzione vogliamo prendere, esaminare le nostre forze ed accettare le nostre debolezze.

Il mio lavoro è di incoraggiare il cliente a concentrarsi sul presente, identificando gli ostacoli e i blocchi che gli impediscono di vivere una vita appagante e stabilendo insieme obbiettivi realizzabili, sia a breve che a lungo termine.

Il mio lavoro è soprattutto ascoltare senza giudicare.

Perché uno dei benefici più ovvi e allo stesso tempo più preziosi che si ottiene da un percorso di counselling, è quello di sentirsi ascoltati e capiti.

Mi piacerebbe finire questo post con una perla di saggezza che possa far capire esattamente cos’é il counsellor e facilitare la mia risposta alla temuta domanda “cosa fai”.

Ci ho pensato parecchio e ho fallito.

Così vi lascio, ancora una volta, con le parole di Carl Rogers:

Se una persona si trova in difficoltà, il modo migliore di venirle in aiuto non è quello di dirle esplicitamente cosa fare, quanto piuttosto di aiutarla a comprendere la situazione e a gestire il problema facendole prendere, da sola e pienamente, le responsabilità delle proprie scelte e decisioni. Gli individui hanno in se stessi ampie risorse per auto-comprendersi e per modificare il loro concetto di sé.

 

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